IL SECONDO MATRIMONIO RIPARATORE.

Proprio mentre finivo di scrivere l’articolo sulle famiglie come arcobaleno di infiniti colori e sfumature, mi sono imbattuta in questo scritto di Irene Bernardini (mediatrice familiare e psicoterapeuta) che da anni lavora con e per le famiglie che attraversano l’esperienza della separazione e che affrontano una delle tante trasformazioni e transizioni che ci possono coinvolgere nel corso della vita.

Cosa ne pensate?

Dott.ssa Simonetta Guaglione

Figlioli non abbastanza prodighi?

Leggo sul giornale che i vescovi, riuniti in questi giorni nel Sinodo, “aprono ai divorziati”. Era ora, mi dico. So bene quanto possa pesare sul cuore di una donna o un uomo credente e osservante il non poter accedere ai sacramenti a causa della propria condizione di divorziato. Io sono una dei tanti che pur dichiarandosi e sentendosi laici non dimenticano o non dovrebbero dimenticare che hanno ricevuto una educazione cattolica, che vivono in un Paese che ospita il Papa e che tutte le mattine sull’autobus (qui parlo per me che non ho la macchina) siedono accanto a qualcuno che la Chiesa la sta a sentire, eccome. E ancora: io faccio un mestiere che mi induce e mi obbliga ad avere a cuore le coscienze di tutti, anche e forse soprattutto quelle diverse dalla mia. Perciò mi sono avventata sull’articolo col sorriso grato di chi immagina il sollievo di tutti coloro che, passando da quell’apertura che il titolo annunciava, avrebbe ritrovato il loro Dio e la loro comunità di credenti. Ma il mio sorriso è diventato presto quello a smerlo di Charlie Brown. L’apertura (la riammissione ai Sacramenti?) riguarderebbe, forse, chissà, i divorziati risposati. Perchè? Io davvero non capisco. Il fallimento di un matrimonio, di una famiglia, quand’anche non sia correlato a vicende drammatiche di violenza e maltrattamento, è pur sempre un’esperienza molto dolorosa e lacerante, che oltretutto almeno uno dei due membri della coppia emotivamente (ragioni e torti sono un’altra storia) patisce e subisce, sentendosi vittima di una profonda ingiustizia. Se, come leggo in una citazione delle parole del Papa, “a queste persone dobbiamo dire che la Chiesa le ama”, perchè questo ritrovato amore deve essere riservato a chi si risposa (solo civilmente, com’è ovvio)? La nuova famiglia è una riabilitazione? O una condizione imbarazzante e scabrosa da sanare? Si pensa forse ai figli, che l’ostracismo dei genitori potrebbe tenere lontani dalla Chiesa e dai suoi insegnamenti? E quelli che dopo un divorzio non hanno voluto, potuto, saputo rifondare una nuova unione, una nuova famiglia non sono degni d’amore? Figlioli sì, ma non abbastanza prodighi? Ma di che amore stiamo parlando? Ma stiamo parlando di amore?
Io ho frequentato elementari e medie dalle suore. Tedesche, perdipiù. L’amore cristiano che loro, senza melenserie ma con grande tensione etica, mi hanno insegnato io oggi lo associo in prima battuta a quel gran cantare, tutti insieme, i canti di natale o le corali di Bach nel corso della messa del martedi mattina: un amore del cuore e della poesia per Dio ma soprattutto per tutti i suoi figli. Un amore che veniva prima del giudizio. Una amore che assomiglia straordinariamente a quello che io oggi chiamo (laicamente?) rispetto per le persone, per la vicenda umana di chiunque. Così, oggi, mi pare di poter dire che il mio modo di intendere il motto di Voltaire, “non sono d’accordo con te, ma darei la vita per consentirti di esprimere le tue idee”, abbia dentro il sedimento di quell’amore cristiano imparato da piccola cantando sotto le candele della corona dell’Avvento. Così, oggi, io, laica ma non smemorata, provo molto dispiacere e persino un po’ di vergogna per le donne e gli uomini cattolici credenti e osservanti che non entreranno dal varco aperto (forse) dai loro vescovi perchè la vita ha avuto in serbo per loro un divorzio. Ma non un nuovo matrimonio riparatore.

 

http://luielei.vanityfair.it/2012/10/21/figlioli-non-abbastanza-prodighi/#.UIQaJ1PTB3U.facebook

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